Pino Maddaloni a Giffoni Sport: “L’amicizia è una medaglia…”

“A Scampia, alla fermata dell’autobus, mi aspettavano i ragazzi delle Vele. Eccolo, sta arrivando Karate Kid”. Pino Maddaloni, campione olimpico di Judo, sfoglia l’album dei ricordi e agli ambassador di Giffoni racconta un pezzetto della propria infanzia. “Facci vedere una mossa…”. Volevano che insegnasse loro una tecnica. “Io mi rifiutavo, perché non c’era il tatami; loro mi aprivano il borsone e finiva a botte. Reggevo il confronto due contro uno, ma il gruppo si ingrossava e diventavano sette, otto. Oggi si parla di bullismo. C’è sempre stato, solo che ai miei tempi – ricorda Pino, emozionato – si prendevano botte e basta. Non piangevo: trattenevo le lacrime per dignità. Arrivato in palestra, al cospetto dei miei compagni, mi lasciavo andare e piangevo a diritto. Piangevo di rabbia e delusione. Ma la squadra e lo sport sono stati la mia salvezza: quanti incoraggiamenti, quante voci amiche. Mi dicevano di non preoccuparmi, perché ero sulla strada giusta”.

Quali sono i progetti per il futuro? La domanda di una giovane ambassador è un assist per Maddaloni: “Voglio insegnare ai ragazzi che l’amicizia è una medaglia che brillerà per sempre. Diciamo che i giovani sono il futuro, ma dobbiamo fare loro il regalo più bello: dedicare il nostro tempo. Noi non abbiamo regalato ai ragazzi una bella quotidianità, dunque dobbiamo rimediare. Quest’anno sono cinquanta…”. Mezzo secolo sul tatami e Pino Maddaloni è ancora un cacciatore di sogni, attraverso il sacrificio, il sudore, la determinazione. Agli ambassador di Giffoni Sport, chi ha vinto l’oro olimpico dice che “le emozioni sono più forti delle cadute”. Quando arrivò a Sidney per le Olimpiadi del 2000, la periferia nord di Napoli era lontanissima. “Andare in Australia per me era già un sogno”. In un vecchio video trasmesso in sala De Masi, papà Gianni ricorda: “Non avevo i soldi del biglietti e ho dovuto vendere una moto che mi era costata milioni”. Il judo è un affare di famiglia per i Maddaloni ma Pino è stato il top del sacrificio: “Ero sovrappeso, cadevo ogni cinque metri perché non avevo un grande equilibrio e mia madre dovette farmi fare le scarpe ortopediche. Nella mia vita non sono mai stato favorito e poca gente ha creduto in me. Ho sentito frasi trancianti: troppo presto per dire che è bravo…”. Le prime gare? “Fuori dal mio contesto, all’inizio non è andata benissimo – dice Maddaloni ai ragazzi – ho dovuto lavorare su me stesso. Accadeva anche nelle interviste: non riuscivo ad esprimere me stesso, ero come un bambino che non sapeva dormire al buio e lo faceva prima con la luce del bagno e poi con quella sul comodino”. Il consiglio? “Allenarsi anche con atleti di altri Paesi e passeggiare un po’ intorno al tatami per allentare l’emozione e avere il primo feedback. Talvolta è la gara che ti sceglie: a Sidney era la mia giornata. 18 settembre 2000: me la sono goduta”. La fede e le preghiere: “Credo in Dio ma nel giorno della gara non gli ho mai chiesto di farmi vincere. Piuttosto, il giorno prima della gara, gli ho chiesto di aiutarmi a dare tutto me stesso, raccogliendo il frutto di quello che avevo seminato in allenamento”.

Fonte: giffoni.it

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